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Le rubriche di Quicampania


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Napoli milionaria!: la trama


di Emanuela Catalano

Donna Amalia con Settebellizze (rispettivamente, Regina Bianchi e Antonio Casagrande) Donna Amalia con Settebellizze (rispettivamente, Regina Bianchi e Antonio Casagrande)


In un “basso” napoletano sono narrate le vicende di una famiglia attraversata dal secondo conflitto mondiale e dalle difficoltà che due persone, un uomo e una donna, hanno rapportandosi e crescendo per tenere “insieme” una famiglia.
Donna Amalia e suo marito Gennaro, che di cognome fanno Jovine, sono poveri e vivono nel basso con i loro tre figli, Amedeo, Maria Rosaria e la piccola Rituccia.
Rituccia nell’opera ha il ruolo di simboleggiare l'Italia, tanto a rischio, sia per la povertà che per la guerra. Attorno a Rituccia, cioè alla nostra nazione, accadono le vicende familiari modulate dagli eventi piccoli e grandi del momento.
Nel corso degli anni di matrimonio, Amalia ha preso a disistimare Gennaro, lo giudica un buono a niente, che filosofeggia al posto di cercare di guadagnare denaro per sfamare la famiglia. Amalia, donna forte e pratica, si è assunta quest’onere e, pian piano, con la complicità di Enrico “Settebellizze”, giovane senza scrupoli, è diventata una pedina della borsa-nera.
I figli più grandi osservano questi mutamenti, e condividendo il disprezzo materno per Gennaro, iniziano a vedere i comportamenti illegali della madre come tollerabili, fino al punto di deragliare anche loro in questo senso.
Si dipanano cosi i primi due atti, densi di singole scene memorabili che mettono in evidenza l’enorme talento di scrittore teatrale di Eduardo; al termine del secondo atto Gennaro, tornato a casa stordito dopo gli sbandamenti dello sbarco alleato, trova il “basso” rimesso a nuovo, Amalia elegantemente vestita e Settebellizze, camorrista, che entra ed esce dalla casa come se fosse la sua, facendo avances audaci ad Amalia, anche a rischio di essere visto.
Il terzo atto si apre su di una scena livida e cupa: Rituccia che: “Tene a freva forte” è malata, e potrebbe morire, se non si trova il farmaco giusto.
Amalia e Gennaro si ritovano soli dinnanzi al tavolo, i vicini, gli amici e i conoscenti vanno e vengono, portando notizie sconsolate sul reperimento del medicinale, o portando altri farmaci del tutto inadeguati, facendo infuriare il dottore che è molto preoccupato.
Amalia e Gennaro non parlano tra di loro, si guardano e tentano, con gli sguardi, di colmare la distanza che si è frapposta tra loro negli anni.
Una scena drammatica, che vede Amalia spietata ed egoista, permette di avere il sospirato medicinale. Somministratolo alla piccola ammalata, il medico va via: “Ha da passà a nuttata” dice, tornerà di buon mattino per vedere il decorso della malattia.
Gennaro e Amalia, ancora guardandosi freddamente, convengono sulla frase del medico. Quella “nuttata ha da passà” per Rituccia e per l’Italia intera, dopo la malattia della guerra.
Il messaggio è di cauta speranza, non di ottimismo, ma è rivolto ai timori di tutti gli italiani in dolorosa attesa.




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