

di Emanuela Catalano
Tra i jingle offerti quotidianamente dallo schermo casalingo attraverso la pubblicità, da diversi giorni risuonano poche note di una ben conosciuta canzone che fu simbolo di un’epoca ben precisa, gli anni trenta.
Parlami d'amore Mariù da Gli uomini che mascalzoni con Vittorio de SicaLa potenza evocativa della musica va però ben oltre la storia, scende sul piano del sentimento e cerca in quelle note di riconoscere il timbro della voce che canta le quattro fatidiche parole “Parlami d’amore Mariù”.
Cerchiamo ammaliati e pervasi da una musica che veramente ci rapisce dal momento cronologico del terzo millennio in cui il suono percuote il nostro orecchio, conducendoci, a ritroso a cercare colui che portò quella canzone al successo, un successo che non può finire, perché anche oggi, cantata da altri, la magia di quella melodia e delle sue parole si rinnova con puntualità.
Il nostro inconscio cerca gli occhi e il sorriso affascinante e seducente di Vittorio De Sica che in questi giorni pigri di Luglio era venuto al mondo, esattamente 110 anni fa.
Evocato dalla gioiosa marcetta “Tarallo tarallino…” composta dal papà che attendeva finalmente la nascita di un figlio maschio, un figlio voluto, amato, sperato e così corrispondente a quei desideri di padre da identificarsi in lui.
Vittorio era il terzogenito, il primo dei maschi, ma i figli furono tutti allevati dal padre con attenzione amorosa, dedicando loro tutto il tempo libero.
In quell’epoca non vi era la televisione, e il quartetto di fratelli, sotto l’amorevole guida del padre, cantava, suonava, recitava, per il diletto della famiglia e delle famiglie amiche e conoscenti.
L’insegnamento paterno ebbe momenti profondi e incisivi, come quando, all’età di quattordici anni, il giovane Vittorio cantò per i soldati feriti ricoverati all’ospedale del Celio.
L’accademia d’arte familiare, condotta parallelamente agli studi tecnici porta il giovane Vittorio, ventenne, a un bivio: la speranza di un “posto fisso” in un'importante Banca, e una scrittura teatrale precocemente e inaspettatamente giunta, e già in una compagnia non modesta.
I dubbi e le riluttanze del giovane, che sapeva dell’importanza del suo impiego per le finanze familiari, saranno fugati proprio dal padre che con forza lo invita a intraprendere la strada artistica.
Marisa Merlini, in bicicletta con Vittorio De Sica Sarà il primo passo di una lunga e brillante carriera che lo porterà a essere protagonista nei teatri e sugli schermi cinematografici, sia nel ventennio che nel secondo dopoguerra, quando spiccherà tra gli Autori del Neorealismo e della Commedia all’italiana.
Piace, nel tanto che si può dire di questo meraviglioso e straordinario protagonista della scena artistica italiana, ricordarne la vena poetica di Autore che si mostra sempre nei suoi lavori e soprattutto in Umberto D. film da lui amatissimo e irrinunciabile, ma osteggiato dalla critica e dalla cultura ufficiale italiana che davano della pellicola una lettura meschina e superficiale.
Sicuramente l’italiano medio di Vittorio De Sica ha però altri ricordi, più legati a note commedie nelle quali egli recita accanto alle più belle attrici del momento: la levatrice Marisa Merlini, ragazza madre dei primi anni cinquanta, appollaiata sulla canna della bicicletta di un De Sica attempato rubacuori. I battibecchi irriverenti tra un'incredibile e irresistibile Gina Lollobrigida, cafoncella sincera e passionale e il Maresciallo della Benemerita Carotenuto. Le diatribe col fratello sacerdote, un indimenticabile e tonante Mario Carotenuto, terrorizzato
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