Il principe De Curtis nella sua più nota poesia, ’A Livella, scrisse così: “Nu re, nu magistrato, nu grand’omme trasenne stu canciello ha fatto ’o cunto ch’ha perz’ tutto…”. La livella è lo strumento che, come potrebbe spiegarci un qualunque muratore partenopeo, serve per aqqualiscere, per eguagliare, per assicurarsi che tutte le altezze dal suolo siano perfettamente livellate. Nella metafora di Totò la livella è ovviamente la morte. Tutti i napoletani, però, sanno bene che a Fuorigrotta, in piazzale D’Annunzio c’è dal 1959 una gigantesca livella in grado di ospitare più di 80.000 persona: lo stadio San Paolo.
A domeniche alterne sono davvero in tanti a varcarne i cancelli. Imprenditori, impiegati, dirigenti, operai, magistrati, medici. Ma anche disoccupati, diseredati, pensionati, emarginati, sottoproletari, camorristi. E puntualmente la magia della livella si rinnova senza quasi che gli stessi protagonisti se ne accorgano. I due popoli che convivono con grande difficoltà nella città del Vesuvio finiscono per confondersi in un unico e organico sistema vivente: il pubblico dei tifosi napoletani.
Chi non è cresciuto e vissuto in questa metropoli, forse non percepirà in maniera così evidente questa immensa frattura che separa quotidianamente l’anima dei due popoli napoletani; la Napoli di Chiaia, Vomero e Posillipo e quella di Sanità, Forcella, Ferrovia, quartieri spagnoli. Certo, la ripartizione topografica ci aiuta solo a farci un’idea approssimativa di questa spaccatura, perché nel tempo tutti i quartieri di Napoli sono diventati più o meno ibridi.
Per un “indigeno”, però basta davvero poco per distinguere gli uni dagli altri, gli abitanti delle due città ormai sovrapposte. Le differenze riguardano l’abbigliamento, i gusti musicali, le abitudini, le disponibilità economiche, e perfino il dialetto, l’espressione del viso, forse il soma.
Quasi a voler testimoniare tutto ciò, l’attore comico Federico Salvatore ha scritto e interpretato una divertentissima canzone-scenetta nella quale due esponenti delle due Napoli si trovano tragicomicamente a confronto: Incidente al Vomero. Per chi non la conoscesse, vale davvero la pena di ascoltarla. Racconta di un’animata quanto esilarante discussione nata per un banale incidente automobilistico. Per immedesimarsi prima nel gagà del Vomero e poi nel popolano sempliciotto il bravissimo Salvatore modifica il timbro della voce e la cadenza, attingendo a due diversi vocabolari e a due ben distinti repertori di insulti e turpiloquio. Insomma, le due caricature stereotipate così proposte sembrano non avere proprio nulla in comune. Non si fa però nessuna fatica a immaginare che nel portafoglio di entrambi i personaggi della scenetta ci sia una tessera del Napoli Club con abbonamento alla curva B.
E questa, se vogliamo, è una caratteristica che appartiene solo a questa grande squadra. Se Roma e Lazio, Inter e Milan, Juventus e Torino, Genoa e Sampdoria dividono in due parti le grandi metropoli italiane che per altri versi si dimostrano unite, il Napoli, nel rito domenicale che si celebra nella maxi-livella del San Paolo, ricompone per 90 minuti, come d’incanto, la frattura che attraversa strade e vicoli di questa meravigliosa città.